Contact tracing: l’appello del Ministero dell’Innovazione

L’appello del MID

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera il contact tracing uno strumento efficace contro la diffusione delle epidemie. L’esperienza di Vo’ sembra essere la conferma di questo dato. La puntata del 23 marzo del podcast di Paziente Zero rappresenta una importante ulteriore testimonianza in tal senso.

Il contact tracing consiste nell’attenta ricerca ed osservazione dei contatti avuti da una persona infetta al fine di impedire un’ulteriore trasmissione del virus.

Secondo le indicazioni dell’OMS questo processo di monitoraggio può essere suddiviso in tre passaggi base:

  1. Identificazione del contatto: una volta che qualcuno è stato confermato come infetto da un virus, vengono identificati i contatti avuti da questa persona dall’inizio della malattia. Chiunque sia stato in relazione con una persona infetta è un contatto: familiari, colleghi di lavoro, amici o operatori sanitari ecc. .
  2. Elenco dei contatti: tutte le persone considerate in contatto con la persona infetta devono essere inserite in un elenco ed informate del proprio stato, di cosa significa essere stato individuato come contatto, delle azioni che seguiranno e dell’importanza di ricevere cure precoci qualora si sviluppassero dei sintomi; ai contatti devono essere fornite anche informazioni sulla prevenzione della malattia. In alcuni casi, è richiesta la quarantena o l’isolamento a casa o in ospedale per contatti ad alto rischio.
  3. Follow-up del contatto: un follow-up regolare deve essere condotto su tutti i contatti per monitorare i sintomi e testare i segni di infezione.

Come si apprende dal comunicato pubblicato nel sito del Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione

I tre Ministeri proponenti dell’Iniziativa “Innova per l’Italia” lanciano oggi, congiuntamente al Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, Organizzazione Mondiale della Sanità e un comitato scientifico interdisciplinare un nuovo invito al mondo dell’impresa e della ricerca. L’obiettivo è individuare, nei prossimi 3 giorni, le migliori soluzioni digitali disponibili relativamente ad app di telemedicina e assistenza domiciliare dei pazienti e a tecnologie e strategie basate sulle tecnologie per il monitoraggio “attivo” del rischio di contagio, e coordinare a livello nazionale l’adozione e l’utilizzo di queste soluzioni e tecnologie, al fine di migliorare i risultati in termini di monitoraggio e contrasto alla diffusione del Covid-19.

(fonte: https://www.innovazione.gov.it/) .

Tali soluzioni digitali dovrebbero consentire luso sistemico delle tecnologie di analisi dei dati, dell’intelligenza artificiale e della telemedicina (teleconsulto, televisita), considerati un’arma molto efficace per monitorare e contenere il contagio da coronavirus SARS-CoV-2. Evidentemente la Ministra dell’Innovazione si riferisce alle esperienze della Corea del Sud e della Cina, dove però il grado di tutela dei diritti della persona ed in particolare della tutela dei dati personali è sicuramente inferiore a quello che abbiamo in Europa.

Sempre secondo quanto si apprende dal sito del Ministro per l’innovazione l’obiettivo dell’appello è individuare soluzione tecnologiche già realizzate nei seguenti ambiti:

app e soluzioni tecniche di teleassistenza per pazienti domestici, sia per patologie legate a COVID-19, sia per altre patologie, anche di carattere cronico. Rientrano in questo ambito app, siti web e chatbot per l’automonitoraggio delle condizioni di salute, rivolte a tutti i cittadini o solo ad alcune fasce (come i soggetti sottoposti a isolamento fiduciario);

tecnologie e soluzioni per il tracciamento continuo, l’alerting e il controllo tempestivo del livello di esposizione al rischio delle persone e conseguentemente dell’evoluzione dell’epidemia sul territorio. Rientrano in questo ambito sistemi di analisi dati, tecnologie hardware e software utili per la gestione dell’emergenza sanitaria.

(fonte: https://www.innovazione.gov.it/ )

In un articolo di Wired Italia del 24 marzo si parla delle app già disponibili per il contact tracing. Ebbene il dato che emerge è che tutte queste applicazioni sono commerciali, a codice chiuso e trasferiscono i dati raccolti all’estero, su server Amazon o Google.

Ebbene:

  1. non possiamo sapere cosa fanno queste applicazioni (ed i soggetti che le gestiscono) dei dati e con i dati degli utenti, poiché il loro codice informatico è chiuso;
  2. le informazioni relative allo stato di salute degli utenti, ai loro spostamenti ed alle interazioni interpersonali – con un livello di prossimità che va da un minimo di cento metri a pochi metri – sono trasferiti sui server all’estero di aziende che fanno un uso notoriamente commerciale dei dati personali dei propri clienti,

Sulla base giuridica dell’uso di questi strumenti di tracciamento e geolocalizzazione vi rimando all’articolo del 24 marzo di Oreste Pollicino e Federica Resta (fonte: www.corrierecomunicazioni.it) , dove si sostiene, a mio avviso correttamente, che “per poter trovare risposte efficaci, ma anche graduate e proporzionali all’emergenza, la bussola non può che essere il quadro costituzionale ed europeo di riferimento“. In particolare, “l’utilizzo, sia pur temporaneo, di una tecnologia così invasiva, nei confronti dei contagiati, ha un impatto non trascurabile sul complessivo assetto delle libertà, tale da indurre a preferire la norma legislativa” alla mera ordinanza di Protezione civile oppure al Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Infine “quella della necessità e proporzionalità della misura implica necessariamente la definizione del fine perseguito. Si tratta di un aspetto importante: molteplici ed eterogenee essendo le finalità perseguibili con il contact tracing, una definizione poco chiara e una valutazione poco selettiva delle stesse rischia di risolversi in una delega in bianco all’algoritmo e agli stessi titolari del trattamento (a fortiori ove in tale flusso di dati siano coinvolte le piattaforme)“.

Da ultimo mi sembra appropriato il richiamo fatto dal Presidente dell’Autorità Garante per la Protezione dei dati Personali, Antonello Soro, alla necessità che il tempo di utilizzo di queste tecnologie debba essere definito in partenza e “dovrà coincidere con la fine dello stato di emergenza proclamato dal governo a febbraio“.

Ed allora, tutto ciò premesso, appare abbastanza singolare l’ipotesi che un’impresa commerciale possa mettere a disposizione gratuitamente ed a tempo determinato la propria app (ma anche se non fosse una fornitura gratuita non cambierebbe molto), con forti limitazioni nell’uso dei dati raccolti e con pesanti responsabilità derivanti da un uso improprio o scorretto di tali dati, con l’esigenza che tale trattamento abbia una solida base giuridica nell’attuale contesto normativo costituzionale ed europeo, con l’ovvia esigenza che il codice del software da essa sviluppato sia messo a disposizione del pubblico e che quindi sia aperto. A meno che con la scusa dell’emergenza non si pensi di poter far passare l’innominabile.

Staremo a vedere ma sono molto pessimista.

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